Un po’ di chiarezza: siamo volontari, ma non “di professione”

Un po’ di chiarezza: siamo volontari, ma non “di professione”

Qualche settimana fa, intervenendo sulla mobilitazione che è seguita al terremoto nel Centro Italia, Ilvo Diamanti si è soffermato su una figura emergente: i “volontari di professione”, ossia quelli che operano nelle cosiddette “imprese sociali” che “dipendono, in misura determinante, da finanziamenti e contributi pubblici” locali, regionali e nazionali.

FOTO PAGINA TESSERAMENTO 2016Tra chi è intervenuto a commentare l’analisi di Diamanti c’è stato Carlo Clericetti, un giornalista che sul suo blog ha scritto:“Le imprese sociali con il volontariato c’entrano poco o nulla, anche se spesso alla loro attività contribuiscono anche volontari. Anche se si definiscono “non profit”, non operano affatto gratuitamente, e i loro dipendenti sono retribuiti (quasi sempre molto poco e spesso scandalosamente poco).” Secondo Clericetti, il rischio maggiore che si sta correndo è che il variegato mondo del Terzo settore diventi sempre più “uno strumento per la privatizzazione dei servizi pubblici, dall’assistenza (che già per più del 50% è appaltata dai Comuni a questo tipo di imprese) all’istruzione e alla sanità.” E si tratta di servizi che, invece, “dovrebbero essere gestiti dal settore pubblico che è per definizione non profit”, mentre “le imprese sociali i profitti puntano a farli.”

APACA fa parte del Terzo settore, ma non c’entra nulla con questo mondo del business: non è un’impresa sociale e i suoi volontari non lo sono “di professione”. I volontari di APACA, infatti, sono esattamente quelli definiti dall’ISTAT, ossia persone che svolgono “attività gratuite a beneficio di altri o della comunità”, dove a fare la differenza è proprio la gratuità, ossia l’assenza di ogni forma di retribuzione delle prestazioni d’opera manuali o intellettuali – ancorchè svolte spesso con la continuità e la dedizione di un “vero lavoro” – che permettono all’associazione di perseguire finalità in grado di recare beneficio ad altri (cioè non a sè stessa) ed anche alla comunità.

Anche APACA, però, subisce le conseguenze di questo pensiero dominante che spinge a privatizzare – e, alla fine, a rendere lucrativi – servizi che, per la loro intrinseca natura e importanza, spetterebbe soltanto al pubblico garantire alla comunità (e i canili-rifugio rispondono perfettamente a questi requisiti). Ma una comunità in buona fede quasi mai si domanda il perchè di questa inerzia e reagisce partorendo i volontari veri, quelli che si aggregano intorno ad un’associazione per garantire gratuitamente un servizio a fronte di un bisogno che resterebbe altrimenti privo di risposte: il più delle volte, il pubblico neppure ringrazia, spesso resta indifferente e, a volte, addirittura sbeffeggia, rimarcando che un volontariato così non è al passo con il pensiero dominante e più avanzato che impone il modello dei profitti anche dove le “finalità sociali” lo vieterebbero.

Noi, però, non faremo mai diventare i cani un “business” e finchè godremo del sostegno dei soci e dei volontari resteremo solo ed esclusivamente un’associazione di persone che svolgono “attività gratuite a beneficio della comunità” di animali e di umani che vive nella nostra provincia: niente di più, ma neanche niente di meno!